sabato 27 dicembre 2014

Quando il caffé arrivava da Mokha

Non è un caso che il signor Bialetti abbia chiamato proprio Moka la caffettiera inventata e brevettata nel 1933. Dal XV al XVII secolo, infatti, fu Al Mokha, un porto dello Yemen sul Mar Rosso, a essere il maggior mercato per il caffé.
La Moka di Bialetti

Dalla città deriva anche il nome di moltissime varietà di caffé di specie arabica, prodotte anche fuori dello Yemen.
Al Mokha conobbe in quegli anni il massimo splendore: come principale porto yemenita (solo nel XIX secolo sarà soppiantata da Aden e da al-Hudauda) il caffé coltivato in quota arrivava proprio lì per essere imbarcato e distribuito nel mondo conosciuto.

Un'immagine di Moha
Già nel 1500 arrivavano da Mokha qualità di grande pregio: fu durante il periodo di dominazione turca, in cui la città acquistò importanza, che i preziosi chicchi arrivarono in Europa. Anche nel Candido di Voltaire si trovano riferimenti alla prelibata miscela: al protagonista, in viaggio per l’impero ottomano, viene offerta una bevenda preparata con “caffè di Moca non mescolato con il cattivo caffè di Batavia o delle Antille”. E fa riferimento all’orgine del nome Mokha anche il capolavoro di Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni.
Il declino economico di Al Mokha iniziò quando i paesi europei iniziarono a coltivare il caffé nelle colonie del nuovo continente. Anche se la subarabica rimane una tra le migliori varietà, le montagne yemenite rendono la coltivazione difficile e poco redditizia: Al Mokha oggi vive principalmente di pesca.