sabato 26 luglio 2014

Mamma, non toccarmi il videogame!

Una buona notizia per i giovani fanatici di videogame arriva da un gruppo di ricercatori dell’associazione americana Mind research network, che ha condotto uno studio sugli effetti cerebrali dei videogame evitando di mettere sotto accusa Playstation e famiglia.
Secondo gli studi condotti, infatti, i videogame non solo non sarebbero dannosi, ma sarebbero addirittura in grado di contribuire ad aumentare la percentuale di materia grigia del cervello.
Il campione di giovani analizzati si è dovuto cimentare 30 minuti al giorno per 3 mesi col gioco del Tetris, noto per gli incastri geometrici. I risultati non lasciano dubbi: giocare regolarmente a Tetris aumenta lo spessore della corteccia cerebrale e potenzia la  funzionalità di svariate aree del cervello.


Le aree interessate dall’esercizio col videogame sono principalmente quelle della percezione visiva, del coordinamento motorio, della memoria e dell’agilità mentale.
Funzionalità di tale importanza che, in uno studio del Beth Israele Medical Center di New York, si è constatato che i chirurghi che si allenano coi videogiochi almeno 3 ore a settimana compiono almeno un terzo degli errori in meno in sala operatoria dei colleghi meno tecnologici.
Maggiori abilità si riscontrano infatti nei giocatori nel tenere concentrata l’attenzione e nella rielaborazione delle informazioni.
Attenzione però alla dipendenza, il grande rischio a cui si può incorrere esagerando con l’utilizzo dei videogiochi. 

giovedì 17 luglio 2014

Lo spiaggiamento delle balene? Colpa dell’inquinamento marino

Da uno studio italiano sul cetaceo arenato nel gennaio del 2011 sulla spiaggia del Parco regionale di San Rossore (Pisa) emerge un’ipotesi inquietante. A provocare lo spiaggiamento delle balene potrebbero essere gli inquinanti marini.
Fino a ora gli scienziati hanno studiato il fenomeno partendo dall’ipotesi che fossero questi mammiferi, per qualche motivo, a perdere l’orientamento e a finire insabbiati in acque basse. Sui motivi sono state ipotizzate varie teorie: emissioni di segnali sonar delle esercitazioni militari che farebbero perdere la rotta ai cetacei, ingestione di plastiche, terremoti e trivellazioni sottomarine.
Ma i ricercatori dell’Università di Siena e Padova che hanno studiato per un anno la balena di San Rossore hanno ipotizzato tutto un altro scenario. L’imputato alla sbarra sarebbe un’altra volta l’inquinamento: le sostanze chimiche inquinanti, infatti, abbasserebbero il sistema immunitario dei grossi mammiferi favorendo malattie come la toxoplasmosi, un’infezione che non si pensava potesse attaccare queste specie.
L’esemplare di San Rossore, infatti, presenta un’infezione contemporanea da toxoplasma e morbillivirus (agente patogeno riscontrato nei mammiferi marini per la seconda volta) e un’altissima concentrazione di inquinanti  organoclorurati, del tipo Ddt. Queste sostanze deprimerebbero il sistema immunitario a favore dell’insorgere di nuove malattie.
La produzione di Ddt è stata bandita già da molti anni dalla convenzione di Stoccolma, che però prevede alcune deroghe per il suo utilizzo nelle zone malariche. Usando l'antiparassitario senza controllo si finirebbe per inquinare la catena alimentare marina. Inoltre, è in produzione una sostanza molto simile che è sfuggita al bando perché ne è stata cambiata di poco la composizione.
Le sostanze chimiche inquinanti avrebbero un impatto maggiore sugli esemplari maschi, poiché le femmine eliminerebbero anche il 90% dei veleni attraverso l’allattamento. La femmina che si riproduce, quindi, accumula meno immunosoppressori, ma trasmette tutte le sostanze nocive ai figli.