sabato 27 dicembre 2014

Quando il caffé arrivava da Mokha

Non è un caso che il signor Bialetti abbia chiamato proprio Moka la caffettiera inventata e brevettata nel 1933. Dal XV al XVII secolo, infatti, fu Al Mokha, un porto dello Yemen sul Mar Rosso, a essere il maggior mercato per il caffé.
La Moka di Bialetti

Dalla città deriva anche il nome di moltissime varietà di caffé di specie arabica, prodotte anche fuori dello Yemen.
Al Mokha conobbe in quegli anni il massimo splendore: come principale porto yemenita (solo nel XIX secolo sarà soppiantata da Aden e da al-Hudauda) il caffé coltivato in quota arrivava proprio lì per essere imbarcato e distribuito nel mondo conosciuto.

Un'immagine di Moha
Già nel 1500 arrivavano da Mokha qualità di grande pregio: fu durante il periodo di dominazione turca, in cui la città acquistò importanza, che i preziosi chicchi arrivarono in Europa. Anche nel Candido di Voltaire si trovano riferimenti alla prelibata miscela: al protagonista, in viaggio per l’impero ottomano, viene offerta una bevenda preparata con “caffè di Moca non mescolato con il cattivo caffè di Batavia o delle Antille”. E fa riferimento all’orgine del nome Mokha anche il capolavoro di Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni.
Il declino economico di Al Mokha iniziò quando i paesi europei iniziarono a coltivare il caffé nelle colonie del nuovo continente. Anche se la subarabica rimane una tra le migliori varietà, le montagne yemenite rendono la coltivazione difficile e poco redditizia: Al Mokha oggi vive principalmente di pesca.

mercoledì 26 novembre 2014

Il commercio ambulante diventa griffato

“Se Maometto non va alla montagna….”. Così deve aver pensato la stilista e imprenditrice milanese Valeria Ferlini quando ha avuto l’idea di attrezzare un’Ape Piaggio per portare in giro per la città il suo marchio, che oggi è diffuso in 21 città italiane, tra cui Monza, Torino, Forte dei Marmi, Civitanova Marche.
Se la pigrizia e il traffico scoraggiano le compratrici a muoversi per fare shopping, allora è il momento che sia il negozio a muoversi per le strade. Quindi la piccola e dinamica ape-car se ne va in giro a districarsi per le strade cittadine in cerca di clienti.  
Collezione Valeria Ferlini
Così il commercio itinerante oggi cambia nome per diventare Moving Shop (movingshop.it) e, naturalmente, un vero business. Interessata anche la Piaggio, che ha voluto diventare partner dell’organizzazione occupandosi della realizzazione dei mezzi, che naturalmente consentono di abbattere i costi di locazione, di gestione e di arredamento, oltre ad avere un grande impatto pubblicitario. Unici requisiti richiesti sono la licenza di vendita e l’autorizzazione del comune per l’occupazione del suolo pubblico.
Ora Moving Shop ha esteso il suo campo d’azione: oltre alla moda sta nascendo l’Ape bistrot con bibite e panini e Apenna, che davanti alle scuole vende pastelli e pennarelli della Fila.
Collezione Valeria Ferlini

sabato 1 novembre 2014

Progetto emo-casa onlus


Carissimi lettori, vi ripropongo l'articolo scritto qualche tempo fa per promuovere l'iniziativa di Emo-casa onlus, un'associazione che sostengo personalmente. In fondo al post troverete gli estremi per sostenere il volontariato di Emo-casa devolvendo il 5 per mille dell'Irpef oppure con una donazione tramite bonifico bancario. Vi ringrazio in anticipo.
Il Progetto emo-casa onlus, l’associazione contro la leucemia che opera nel settore delle patologie ematico-tumorali, si occupa di promuovere interventi gratuiti agli ammalati presso i loro domicili, riducendo significativamente il ricorso ai ricoveri nelle strutture ospedaliere e ai controlli negli ambulatori.
L’organizzazione, fondata presso l’ospedale Ca’ Granda di Niguarda (Milano) è basata sul volontariato ed è attualmente presente a Milano, Verona, Trento, Novara, Genova, Padova, Vicenza e Ravenna. A Pietra Ligure è presente con un’unità mobile. L’attività è finalizzata a fornire servizi di assistenza socio-sanitaria intra ed extra ospedaliera, attività di sostegno per le famiglie più disagiate, coordinamento delle attività con enti e associazioni affini e con il Servizio sanitario nazionale, trasporto e accompagnamento dei pazienti. L’associazione ha anche la disponibilità di appartamenti da assegnare a pazienti che arrivano da fuori Milano.
Con l’aiuto dei volontari e del sostegno dei privati cittadini e di alcune istituzioni, Progetto emo-casa ha raggiunto gli obiettivi di:
- favorire la ricerca clinica nel campo delle emopatie maligne (leucemia, linfomi e mielomi);
- utilizzare un’unità mobile costituita da un medico e da personale infermieristico specializzato, per l’assistenza terapeutica domiciliare
- i trasporti dei pazienti: nel 2011 sono stati effettuati 2 mila  trasporti per un totale di 206 pazienti in terapia presso l’ospedale Niguarda di Milano e l’ospedale di Padova e 21 trasporti a mezzo autolettiga per pazienti seguiti dalla delegazione di Novara;
- il personale volontario socio-assistenziale ha fornito nel 2011 6 mila ore di assistenza in totale fra le delegazioni di Milano, Pavia, Verona e Padova.
Il tutto è stato completamente gratuito per i pazienti.
Progetto emo-casa ha bisogno del sostegno di tutti. Per contribuire è possibile effettuare un bonifico bancario appoggiato a Monte Paschi Siena, sul conto corrente bancario intestato a Progetto emo-casa onlus, via Murat 85, Milano, Iban: IT95K0103001614000000256054. Per devolvere il 5 per mille dell'Irpef: codice fiscale 97205190156.
Maggiori informazioni le trovate sul sito http://www.emo-casa.com

sabato 25 ottobre 2014

Shopping compulsivo e dipendenza da rete: ecco le nuove droghe

I Sert, i Servizi pubblici del Sistema sanitario nazionale per le tossicodipendenze, hanno allargato il loro bacino di utenza a una nuova tipologia di clientela. Quella che non fa uso di sostanze farmacologiche tossiche, ma che è affetta da dipendenze compulsive. Fra queste sembra essere dilagante l’irrefrenabile impulso a comprare vestiti o oggetti di cui non si ha necessità, fino a delapidare interi stipendi.
Questo nuovo fenomeno viene chiamato “shopping compulsivo” e ha effetti devastanti: chi ne soffre può arrivare a comprare decine di paia di scarpe in una sola mattina, o riempire la stanza del figlio di nuovi giocattoli o di telefoni cellulari. O anche spendere migliaia di euro in centri benessere. Per poi dimenticarsi nel giro di pochi giorni di avere in casa oggetti anche tutti uguali e assolutamente non necessari.
Per non parlare degli acquisti on-line, dove il fenomeno viene amplificato dai tempi ridotti per gli acquisti. E, come i veri tossicodipendenti, i soggetti arrivano non solo a spendere tutti i soldi in loro possesso, ma anche a chiedere prestiti a parenti o amici (o addirittura finanziamenti a rate) pur di soddisfare la loro sete di acquisiti. Vista la crescita allarmante del fenomeno, in molte città italiane le Asl si stanno attrezzando affinché i Servizi per le tossicodipendenze istituiscano sezioni dedicate alla terapia di gruppo per questi nuovi malati. Perché, secondo le stime fornite dalla società che a Bolzano si occupa delle dipendenze compulsive, la Siipac, il fenomeno dei disturbi di acquisto riguarderebbe addirittura il 3% degli italiani.
Ma l’acquisto compulsivo non è la sola deviazione comportamentale che oggi deve allarmare: i dati forniti dai Sert indicano che le nuove dipendenze sono una vera e propria galassia. Alla mania degli acquisti si affiancano due altri grandi fenomeni: quello della dipendenza dal gioco d’azzardo e quello della dipendenza dalle nuove tecnologie, ovvero persone che dedicano un tempo eccessivo alla navigazione in rete, imbrigliati nelle reti di social network da cui non riescono a staccarsi.
La dipendenza da Internet riguarderebbe ben il 5% degli italiani, mentre il 6% soffrirebbe di dipendenza da sesso, altro fenomeno patologico che rientra nella categoria delle dipendenze affettive e degli appetiti innati, come l’ossessione per il cibo o la dipendenza da un’altra persona (genitore, figlio, compagno).  

giovedì 16 ottobre 2014

Come infarinare e impanare velocemente e senza sporcare

Non mi piace cucinare, anche quando ho tempo. Se devo scegliere fra cucinare o lavare piatti, cucina a gas e lavandino, scelgo sicuramente la seconda opzione.
Per fortuna mio marito non è un buongustaio; in più, tra quello che non gli piace e quello a cui è allergico, i piatti che mangia si contano sulle dita delle due mani. Tra questi ci sono le scaloppine di vitello, che posso preparare in vari modi: al limone, al vino bianco, al marsala. Al marsala sono le sue preferite.
Per preparare le scaloppe, le fettine di vitello devono essere prima passate nella farina, e qui arriva il punto dolente della preparazione del piatto. Sarà perché non mi piace cucinare il motivo per cui finisce che combino pasticci?
Eppure non è un’operazione complessa: ho il ricordo netto della mia nonna e della mia mamma mentre lo fanno, e nella mente mi sembra tutto semplice e chiaro. Allora perché dopo che l’ho fatto io mi ritrovo con una situazione di questo tipo?:
  • farina sparsa ovunque sul piano di lavoro e, naturalmente, anche in terra
  • mani e dita praticamente incollate fra loro da un pastone durissimo di farina bagnata dalla fettina di carne

Non potendo procedere con le mani così collose e sporche, mi devo sciacquare al lavandino, nel frattempo l’olio è salito troppo di temperatura e quando ci immergo la prima fettina succede un secondo disastro.
La volta successiva provo a infarinare tenendo la fettina con la forchetta, ma la farina non aderisce bene e non in maniera uniforme.
La tortura si ripete per un sacco d’anni finché un giorno, per caso, arriva il consiglio prezioso della mia amica Fiorella. Fiorella dice che lei usa i sacchetti per gli alimenti (tipo quelli del pane): li riempie con la farina, poi inserisce le fettine, e per ultimo… una bella shakerata, come un abile barman, con l’accortezza di tenere ben chiuso il sacchetto con una mano. Funziona anche con l'impanatura di pane grattato. In più non si sporcano vassoi e piani di lavoro.
L’ho provato, è fantastico… Grazie, Fio.


venerdì 19 settembre 2014

Prodotti freschi e a buon mercato? La parola d’ordine è “disintermediazione”

Si chiamano Wwworkers, sono un fenomeno in espansione e un esempio di come i lavori tradizionali stanno cambiando.
Volete frutta e verdura fresche? Allora avete bisogno di loro, e li trovate su Internet. Negozi digitali che sono già una solida realtà in alcune parti di Italia. Gli ortaggi vengono raccolti al mattino e consegnati agli chef entro le dieci. Le prenotazioni vengono raccolte sul sito web. Così, evitando la filiera della distribuzione, il il prodotto fresco arriva direttamente al consumatore e costa molto meno.
Il concetto è quello della disintermediazione, ovvero eliminare, grazie al Web, tutta la filiera dei canali distributivi e di vendita di un prodotto o un servizio.


Così stanno esplodendo i cosidetti Wwworkers (i Italia sono oltre 700 mila, di cui oltre 2 mila iscritti alla piattaforma Wwworkers), ovvero quanti hanno saputo reinterpreare i mestieri tradizionali in chiave digitale, aprendo un sito Web.
Quest'anno si è svolta a Bologna la prima loro convention, dove hanno presentato il manifesto “Dieci azioni per portare l'Italia nell'economia del digitale” con proposte di incentivi per avviare attività online e wifi libere negli esercizi pubblici.
Tra i Wwworkers si trovano cuochi, sviluppatori di app, imbianchini, personal trainer, guide escursionistiche, videomaker, librai e altro ancora.
Circa il 60% delle attività è “vetrina” virtuale di prodotti e servizi ce troveranno realizzazione concreta di fronte al cliente.
Per diventare un lavoratore digitale, secondo quanti hanno già sperimentato il percorso, occorrono poche regole: sperimentare personalmente gli acquisti online e la loro potenzialità, garantire informazioni dettagliate sui propri siti, attivare reti di punti vendita “fisici”, per dare la possibilità di poter continuare a “toccare con mano” il prodotto prima di acquistarlo online.

sabato 26 luglio 2014

Mamma, non toccarmi il videogame!

Una buona notizia per i giovani fanatici di videogame arriva da un gruppo di ricercatori dell’associazione americana Mind research network, che ha condotto uno studio sugli effetti cerebrali dei videogame evitando di mettere sotto accusa Playstation e famiglia.
Secondo gli studi condotti, infatti, i videogame non solo non sarebbero dannosi, ma sarebbero addirittura in grado di contribuire ad aumentare la percentuale di materia grigia del cervello.
Il campione di giovani analizzati si è dovuto cimentare 30 minuti al giorno per 3 mesi col gioco del Tetris, noto per gli incastri geometrici. I risultati non lasciano dubbi: giocare regolarmente a Tetris aumenta lo spessore della corteccia cerebrale e potenzia la  funzionalità di svariate aree del cervello.


Le aree interessate dall’esercizio col videogame sono principalmente quelle della percezione visiva, del coordinamento motorio, della memoria e dell’agilità mentale.
Funzionalità di tale importanza che, in uno studio del Beth Israele Medical Center di New York, si è constatato che i chirurghi che si allenano coi videogiochi almeno 3 ore a settimana compiono almeno un terzo degli errori in meno in sala operatoria dei colleghi meno tecnologici.
Maggiori abilità si riscontrano infatti nei giocatori nel tenere concentrata l’attenzione e nella rielaborazione delle informazioni.
Attenzione però alla dipendenza, il grande rischio a cui si può incorrere esagerando con l’utilizzo dei videogiochi. 

giovedì 17 luglio 2014

Lo spiaggiamento delle balene? Colpa dell’inquinamento marino

Da uno studio italiano sul cetaceo arenato nel gennaio del 2011 sulla spiaggia del Parco regionale di San Rossore (Pisa) emerge un’ipotesi inquietante. A provocare lo spiaggiamento delle balene potrebbero essere gli inquinanti marini.
Fino a ora gli scienziati hanno studiato il fenomeno partendo dall’ipotesi che fossero questi mammiferi, per qualche motivo, a perdere l’orientamento e a finire insabbiati in acque basse. Sui motivi sono state ipotizzate varie teorie: emissioni di segnali sonar delle esercitazioni militari che farebbero perdere la rotta ai cetacei, ingestione di plastiche, terremoti e trivellazioni sottomarine.
Ma i ricercatori dell’Università di Siena e Padova che hanno studiato per un anno la balena di San Rossore hanno ipotizzato tutto un altro scenario. L’imputato alla sbarra sarebbe un’altra volta l’inquinamento: le sostanze chimiche inquinanti, infatti, abbasserebbero il sistema immunitario dei grossi mammiferi favorendo malattie come la toxoplasmosi, un’infezione che non si pensava potesse attaccare queste specie.
L’esemplare di San Rossore, infatti, presenta un’infezione contemporanea da toxoplasma e morbillivirus (agente patogeno riscontrato nei mammiferi marini per la seconda volta) e un’altissima concentrazione di inquinanti  organoclorurati, del tipo Ddt. Queste sostanze deprimerebbero il sistema immunitario a favore dell’insorgere di nuove malattie.
La produzione di Ddt è stata bandita già da molti anni dalla convenzione di Stoccolma, che però prevede alcune deroghe per il suo utilizzo nelle zone malariche. Usando l'antiparassitario senza controllo si finirebbe per inquinare la catena alimentare marina. Inoltre, è in produzione una sostanza molto simile che è sfuggita al bando perché ne è stata cambiata di poco la composizione.
Le sostanze chimiche inquinanti avrebbero un impatto maggiore sugli esemplari maschi, poiché le femmine eliminerebbero anche il 90% dei veleni attraverso l’allattamento. La femmina che si riproduce, quindi, accumula meno immunosoppressori, ma trasmette tutte le sostanze nocive ai figli.

venerdì 13 giugno 2014

Bambini malati in vacanza con Dynamo camp

I bimbi affetti da patologie gravi e croniche o che sono nel periodo di post-ospedalizzazione ora possono godere di una vacanza davvero indimenticabile, grazie a Dynamo camp, il primo campo estivo in Italia per bambini malati, struttura seguita da specialisti e animata da giovani volontari. In Italia, le stime parlano di 10.000 bambini all’anno affetti da gravi patologie che li costringono spesso a terapie invasive e di lunga durata. Malattie e terapie, oltre che a livello fisico, agiscono negativamente anche sulla possibilità di socializzazione con i coetanei. Dynamo Camp intende offrire a questi bambini la possibilità di avere un’esperienza di divertimento e socializzazione.
Le vacanze per i bambini sono articolate in sessioni da 1 settimana a 10 giorni ed è inoltre prevista la possibilità di partecipare alle sessioni per le famiglie intere (1 settimana o anche 1 week-end). Il camp è rivolto a bambini da 7 a 17 anni affetti da patologie gravi o croniche, che sono in terapia o che l’hanno conclusa da non più di 4 anni. Genitori e fratelli dei bambini sono coinvolti nelle attività ricreative in modo da essere sempre a fianco del bambino malato. Le più comuni patologie dei bambini di Dynamo Camp sono quelle oncologiche, ematologiche, del trapianto di midollo, bambini con diagnosi di emofilia, talassemia, anemia falciforme, e bambini costretti a terapie con catetere venoso centrale e infusori. Ma l’esperienza di Dynamo Camp è rivolta anche a bambini con diagnosi di autismo o tratti autistici, epilessia e sindromi rare.
Le attività che offre il camp sono strutturate in base al modello della Terapia ricreativa, tenute da circa 600 volontari con apposita preventiva formazione e spaziano dalle attività di tipo creativo a quelle di tipo espressivo, divertente, emozionante, in base ai ritmi e ai limiti specifici di ogni bambino. Al termine di ogni attività i ragazzi hanno la possibilità di fare delle riflessioni di gruppo sugli obiettivi che hanno raggiunto collaborando insieme. Nelle attività giornaliere, i ragazzi sono vengono responsabilizzati affidandogli piccoli lavoretti e aiutando nella pulizia degli alloggi. Le attività ricreative sono intervallata dai pasti (che si consumano tutti insieme in una grande sala con musica e animazione) e ai momenti di riposo dove è possibile dormire, leggere, scrivere o fare giochi da tavolo. Anche alla sera il divertimento non manca: dopo cena sono previsti sempre spettacoli, balli, attività teatrali e momenti di conoscenza con gli altri partecipanti e gli animatori.
Oltre ai volontari che si occupano delle attività ricreative, Dynamo Camp offre uno staff specializzato e retribuito che lavora in ogni singola area del programma. Tutto lo staff  è altamente qualificato nella gestione di programmi rivolti ai bambini ed è selezionato in base a criteri rigidi. La necessaria componente medica è sempre presente e in grado di intervenire tempestivamente. L’infermeria (ClubMed) è completamente attrezzata per ogni evenienza. I tipi di patologie ammesse a Dynamo Camp sono determinate dal Comitato Medico. Attualmente sono considerate tumori, leucemie, talassemia major, anemia falciforme, emofilia, immunodeficienze congenite ed acquisite, fibrosi cistica, diabete, malattie renali croniche, epilessia, malattie neuromuscolari, spina bifida, malattie metaboliche, malattie respiratorie, asma, morbo di Crohn, difetti cardiaci, sindrome di Prader-Willy.
Per sostenere Dynamo Camp, oltre alle donazioni con bonifico bancario (sul sito www.dynamocamp.org) è possibile destinare il 5 per mille dell’Irpef tramite il Cud, indicando nell’apposito riquadro il codice fiscale di Dynamo Camp Onlus, ovvero 90040240476.
È possibile inoltre donare materiale per le attività ricreative, in particolar modo quelli inerenti le attività teatrali (parrucche, maschere, costumi, accessori clown, scenografie, lampade), quelli per i laboratori creativi (materiali per arti e mestieri, musica, foto e video), per gli sport e il gioco (terapie in acqua, equitazione, tiro con l’arco, arrampicate), materiale per l’infermeria (cerotti, garze, siringhe, cotone, aghi monouso, medicazioni sterili) e per la pulizia e la cucina (detergenti, stoviglie, lampadine).

lunedì 12 maggio 2014

Fare i compiti insieme ai figli? Meglio di no

Nello sviluppo psico-fisico di ogni individuo assumono grande importanza gli strumenti atti a sviluppare una personalità autonoma e libera. Genitori troppo apprensivi che cercano di sostituirsi ai figli rischiano di compromettere l’apprendimento dell’assunzione di responsabilità da parte dei giovani. La tendenza educativa di questi ultimi tempi sta sempre più tendendo a un “iperprotezione” dei bambini e dei ragazzi, con uno scarico di responsabilità su terze persone. L’ambito dove si manifesta maggiormente questo atteggiamento è quello scolastico. E già ancora prima di entrare in aula, con l’accompagnamento a scuola. L’idea che ci si può fare guardando in giro sembra quella che ormai le mamme si siano condannate alla funzione di taxista dei loro figli: perché è pericoloso, perché c’è traffico, perché piove, perché oggigiorno gli zaini sono troppo pesanti… Così, senza che nessuno se ne accorga, i bambini arrivano alle scuole medie (se non addirittura alle superiori) accompagnati in auto da mamme o nonne.
Dopodiché iniziano le attività pomeridiane, il cui ritmo è rigorosamente dettato dagli adulti in base ai loro tempi. I tempi per i compiti, le attività sportive e ricreative non sono più gestiti dai diretti interessati, ma dai loro genitori, dalle loro esigenze, dalle loro disponibilità. Ed è sempre più dilagante l’interferenza degli adulti nelle attività dei figli, al punto che spesso si sostituiscono a essi.
Ai tempi in cui i genitori  e nonni non avevano un istruzione scolastica adeguata, fare i compiti era un problema esclusivo del bambino: sia trovare il tempo per farli, sia riuscire a farli. Al massimo alla mamma veniva chiesto di ascoltare il riassunto della paginetta studiata. Lo studente era responsabile di quello che faceva e ne rispondeva principalmente all’insegnante. Ora invece ci sono genitori che, se non sanno dare le risposte giuste alle perplessità dei loro figli, vanno addirittura a documentarsi su libri o su Internet per cercare di spiegare al bambino come di fa l’analisi del periodo e quali sono le preposizioni articolate. E si arrabattano fra lavoro, commissioni, impegni familiari e quant’altro, per trovare le due ore di tempo “per fare i compiti” insieme ai figli. 
Studiare e svolgere gli esercizi assegnati a scuola è compito dei bambini, non dei genitori. E spiegare dovrebbe essere compito degli insegnanti. Ma al giorno d’oggi, le figure degli insegnanti vengono troppo spesso screditate agli occhi dei bambini. Nei tempi andati, se un bambino non aveva capito una lezione era essenzialmente responsabilità del bambino e toccava a lui porvi rimedio. Ora è colpa della maestra, della scuola (che forse sarebbe meglio cambiare), dei compagni che disturbano… Così al primo ostacolo i genitori si precipitano agli incontri con gli insegnanti come se scendessero sul piede di guerra pronti a sbraitare che "il loro piccolo no, non ha colpa, deve essere colpa di qualcun altro". Nelle attività sportive l’atteggiamento non cambia: se il piccolo sta in panchina è perché l’allenatore non capisce nulla oppure che la squadra non è adatta.
Brutti voti e insuccessi, invece, servono tantissimo per porre i figli di fronte alle loro responsabilità, a comprendere cosa significa impegnarsi e migliorare, a diventare autonomi. Questo ovviamente non significa che i figli debbano venire abbandonati a loro stessi. 
I genitori devono controllare le attività dei fanciulli, concordarne con loro la programmazione settimanale, tenersi informati sul loro svolgimento e sui risultati ottenuti. Cercare di capire se insorgono delle difficoltà oggettive che possano ostacolare l’apprendimento, come deficit della vista, dell’udito, dell’attenzione. Cercare di stabilire delle regole chiare su quando e su dove i bambini devono svolgere i compiti. Eventualmente si può aiutare a risolvere dei dubbi, se viene richiesto e, negli anni delle elementari, ascoltare le esposizioni orali. Cercare di comprendere se il bambino non sa fare una cosa per distrazione o perché non ha capito: poi il compito di rimediare spetta a lui e al suo insegnante.

giovedì 10 aprile 2014

Lavori socialmente utili come multa a chi guida in stato di ebbrezza

Nell’applicazione del nuovo codice della strada la regione Liguria arriva per prima e condanna chi è stato fermato mentre guidava in stato di ebbrezza a pulire giardini, ridipingere strutture pubbliche, occuparsi delle mense scolastiche o riordinare gli archivi. È questa, infatti, l’alternativa alla sanzione pecuniaria o alla detenzione prevista per chi viene sorpreso a guidare in stato di ebbrezza senza però aver provocato incidenti.
Per riferimento si considera una intera giornata di lavoro come corrispondente a una sanzione di 250 euro. A Genova sono già una ventina le persone che si sono messe a disposizione di un’associazione di volontari per la manutenzione del verde pubblico e per la sistemazione dell’impianto sportivo Carlini.
Nel futuro si prevede di utilizzare i “condannati” per l’ambizioso progetto della pulizia dei litorali. Molte sono le associazioni che si sono prese in carico di aiutare chi è stato condannato a trovare un’attività socialmente utile; solo a Chiavari se ne contano addirittura venti. In alternativa, ci si può mettere a disposizione del Comune che indicherà ai sanzionati quale mansione dovranno svolgere.
La guida in stato di ebbrezza è sanzionata in base al tasso alcolico riscontrato al momento del fermo diviso in tre scaglioni: da 0,5 g/l a 0,8 g/l è prevista un’ammenda da 500 a 2 mila euro e sospensione della patente da 3 a 6 mesi; per tassi compresi fra 0,8 e 1,5 g/l la multa sale da 800  3.200 euro ed è previsto l’arresto fino a 6 mesi, con sospensione della patente tra 6 mesi e un anno; oltre 1,5 g/l l’ammenda è prevista fra 1.500 e 6 mila euro, con arresto da 6 mesi a un anno, sospensione della patente da 1 a 2 anni, confisca del veicolo con sentenza di condanna.

lunedì 24 marzo 2014

Dear future mom

Il 21 marzo non è solo ricordato per la primavera, ma perché è la Giornata mondiale sulla sindrome di Down. Per l'occasione, CoorDown (Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down), per il terzo anno consecutivo, si è affidata alla professionalità, nel mondo della comunicazione, di Saatchi & Saatchi per promuovere il diritto alla felicità e al benessere nelle persone colpite dalla sindrome di Down, con l'obiettivo di promuove l'integrità della diversità soprattutto nella società, nella scuola e nel lavoro.
CoorDown quest'anno parte da una situazione reale: una delle tante mail ricevute dall'associazione, arriva da una futura mamma che è in attesa di un figlio con sindrome di Down. Nella mail la signora si fa una domanda che diventa un appello toccante: "Che vita avrà mio figlio"?
Per rispondere alla futura mamma ecco un video realizzato con le testimonianze di 15 ragazzi colpiti dalla sindrome di Down e provenienti da tutta Europa, che sta girando in rete con l'hashtag ufficiale della campagna #DearFutureMom.
CoorDown, sul suo canale Youtube, pubblica il video che subito sale al top delle visualizzazioni: i 15 ragazzi spiegano che la vita di una persona con sindrome di Down può essere felice come quella di tutti gli altri ragazzi, può imparare a leggere e scrivere, può viaggiare, può lavorare e guadagnare il suo stipendio, può anche essere autosufficiente e riuscire ad andare a vivere da solo.
Quest'anno la Onlus CoorDown sarà in prima linea in un progetto internazionale a cui aderiranno dieci associazioni di nove diversi paesi: Italia, Francia, Spagna, Croazia, Germania, Inghilterra, Russia, Stati Uniti e Nuova Zelanda.

Articolo sponsorizzato

sabato 15 febbraio 2014

Addio calzini spaiati

Nonostante la mia passione per le faccende domestiche ci sono lavori che proprio mi sono antipatici. Uno di quelli che proprio non sopporto è appaiare i calzini lavati.
Non è di certo un o dei mestieri più faticosi, ma sicuramente uno di quelli che fa perdere molto tempo.
Ritiro la biancheria asciutta dallo stenditoio e inizia la tortura: sono davanti a 20 paia di calzini da uomo da appaiare, piegare e riporre nei relativi cassetti.
Non so perché l’abbigliamento degli uomini deve essere sempre così standardizzato, almeno per gli uomini di casa mia: camicie rigorosamente azzurre e calzini grigi a costine. Tutti uguali. O meglio, in apparenza tutti uguali. Perché il calzino è un po’ bastardo dentro: sembra identico, ma non lo è. Anche se è stato comprato nello stesso posto, è della stessa marca, ed è stato richiesto esplicitamente color grigio fumo di Londra: i bagni di colore non saranno mai identici. E il diverso numero di lavaggi contribuisce a variare anche le paia acquistate nello stesso istante.
Così mi ritrovo con un primo calzino in mano e inizio la disperata ricerca del compagno tra gli altri 39 pezzi. Mi sembra di giocare al gioco delle coppie, solo che non ho tempo per giocare.
“Questo è leggermente più chiaro…, questo ha la costina diversa…, questo ha l’elastico più basso…”. Mi viene una crisi isterica…
Poi la chicca finale: perché ne sono rimasti tre che non si accoppiano con nulla? È forse la lavatrice che si li è mangiati? Sono rimasti nel cesto della biancheria infagottati in qualche altro indumento? Mistero…
Mi sfogo al telefono con la mia sorellina, che viene subito in mio aiuto: per il mio compleanno mi regala una cosa fantastica, che non conoscevo assolutamente: gli appaia-calzini. Non so chi li ha inventati, comunque è un genio.
Me ne sono arrivati di due tipi: un disco di plastica a forma di mela con due fori dove si infila un’estremità di ogni calzino e una sorta di molletta che tiene insieme la coppia di calze. Entrambi sono adatti al lavaggio in lavatrice e sono dotati di gancetto per poter essere appesi allo stenditoio. Così gli uomini di casa sono stati pregati, prima di gettare i calzini sporchi nel cesto della biancheria, di infilarli nell’apposito appaia-calzini.
Una vera libidine: escono dalla lavatrice e si appendono già accoppiati, pronti per essere piegati e messi nei cassetti.
Ora mi sta venendo la tentazione di infilarli nei cassetti senza neppure toglierli dall’appaia-calzini, evitandomi anche il fastidioso compito di stirarli e piegarli…

sabato 1 febbraio 2014

Shoplifting: il brivido di rubare nei grandi magazzini

Un fenomeno in piena crescita negli Usa che sta prendendo piede anche in Italia: è chiamato shoplifting, e spinge persone senza alcuna necessità, come famose attrici o miliardari, a rubare accessori, profumi e trucchi nei grandi magazzini.
Nel 2001, a finire sulle pagine dei giornali è stata l’attrice statunitense Winona Ryder, sorpresa dalla sicurezza a pizzicare accessori d’abbigliamento ai Saks Fifth avenue di Beverly Hills. Ma il caso della Ryder non è affatto stato il primo e molti suoi famosi colleghi l’hanno preceduta.
L’argomento è tornato a far parlare con l’uscita del libro The Steal, A cultural history of shoplifting (Penguon Press), della giornalista e docente universitaria Rachel Shteir. Nel libro la Shteir si domanda se rubare qualche oggetto in un negozio sia un crimine perseguibile o un gesto impulsivo e infantile su cui si potrebbe chiudere un occhio. E soprattutto cosa determina un simile comportamento: malattia, stato depressivo, senso di frustrazione. Non ultimo, stabilire l’entità dei danni alla società.
Le statistiche sono impressionanti: le perdite totali nell’anno 2009 negli Stati Uniti sono state di 11 miliardi di dollari. E questo solo calcolando il valore della merce, al quale vanno aggiunti i costi per la sicurezza, che sono di gran lunga maggiori. E va considerato che questo tipo di reato viene scoperto molto raramente e, anche quando scoperto, molto raramente viene denunciato.
Anche i commercianti italiani hanno denunciato la crescita impressionante del fenomeno, che nel solo anno 2011 ha causato perdite di 3,5 miliardi di euro, con una percentuale maggiore del 7% dell’anno precedente.
Secondo i dati raccolti sul campo dalla Shteir, a spingere persone insospettabili a commettere questo reato, è la grande gratificazione immediata che deriva dal gesto, che è considerato assolutamente irrilevante. Una sorta di attrazione molto simile a quella del gioco d’azzardo, e l’eccitazione adrenalinica che se ne ricava nel momento della vincita: un momento di piacere ottenuto con pochissimo sforzo. E, esattamente come per i giocatori e gli alcolisti, chi soffre di shoplifting viene curato con la terapia di gruppo.
Quanto al profilo dello shoplifter, nella maggior parte dei casi è una persona appartenente al ceto medio, con l’eccezione di qualche miliardario. La gente che ruba per necessità, di solito, preferisce portare via generi alimentari e non vestiti o accessori. Le donne sono in maggioranza e prediligono cosmetici, profumi e gioielli. I generi preferiti dagli uomini sono oggetti elettronici e di ferramenta.
Molti gli studiosi che hanno teorizzato sull’argomento, con analisi che vanno dalla risposta a un ordine sociale in cui è il soggetto maschio a controllare l’economia a una patologia che libera onde nel cervello simili a quelle della cocaina nei tossicodipendenti.
A, anche sulle cure, le opinioni sono divise: terapie di sostegno o gruppi di autocoscienza. A livello farmacologico, per ora, la ricerca non ha fatto investimenti.

Foto: Psicologo360.it

mercoledì 15 gennaio 2014

Tendenze: kebab in salita, suschi in discesa

Il negozio di Salman Gozudok, a Milano
È scoppiata la kekab-mania le strade di ogni città e paese sono invase la furgoncini e bottegucce che vendono il tradizionale piatto turco. I giovani abbandonano lentamente la moda del più raffinato suschi giapponese, che ha tenuto botta negli ultima anni e che ha rappresentato il massimo del trend, non solo come cibo, ma in generale come stile di vita.
Ora spopola la carne d’agnello o di manzo arrostita, che gira lentamente sullo spiedo verticale e viene tagliata a fettine sottili con l’apposito attrezzo.
Se a Milano vuoi essere “in” devi trovarti fuori da un locale che vende kebab.
L’abbandono del suschi fra le tendenze giovanili è comprensibile per due motivi: trattandosi di pesce crudo avvolto con alghe, il suschi è un piatto particolare per palati raffinati, che va consumato al ristorante. Il kekab è carne, cucinata spesso nelle pizzerie da asporto; lo puoi infilare nel panino e consumarlo per strada: è più vicino ai nostri gusti alimentari e al portafoglio dei giovani.
Così pratico che la versione più diffusa è il “kebab da passeggio”, per l’abitudine di consumarlo quando si cammina per strada, tornando da scuola o mentre si va al cinema.
Il kebab, in sostanza, è un grosso pezzo di carne di pecora o manzo (non di maiale, vista la provenienza islamica del piatto) che viene condita o marinata con erbe o spezie e cotta con lo spiedo verticale rotante. La carne viene sagomata e infilzata nello spiedo a formare un grosso cilindro: sulla sommità vengono infilzate le parti grasse che si sciolgono sulla carne per evitarne l’eccessivo essiccamento. Lo spiedo è fatto ruotare vicino a una fonte di calore, oggi una macchina elettrica o a gas.
Il pezzo di carne cotto viene poi tagliato dal basso verso l’alto con un coltello affilatissimo o una macchinetta elettrica con lama rotante: le fettine sottilissime vengono servite all’interno di panini (spesso di pane arabo) o piadine arrotolate. Normalmente viene accompagnato con verdure e salse.
In Europa ha cominciato a diffondersi soprattutto in Germania, dove il numero di immigrati turchi è elevato. In Italia ha cominciato a prendere piede per lo stesso motivo, soprattutto quando gli immigrati turchi hanno cominciato a prendere in mano la gestione di numerose pizzerie. Oggi, infatti, stanno aprendo numerosissimi locali di kebab e pizza da asporto: una soluzione pratica e comoda per lo spuntino nella pausa pranzo di lavoro, o prima di andare al concerto o al cinema.
A Roma, i locali più gettonati per gustare il kebab sono il Mehmi, ristorante indiano che utilizza carni di ottima qualità (via Togliatti 201); il Kebbabaro number one, una pizzeria che serve anche panini e piadine farcite con kebeb (largo Pratese 13/A) e il ristorante persiano Kebab, dove l’ottima qualità di carne è affiancata da una straordinaria varietà di salse (via di Grittarossa 52/A).
A Milano svetta in cima alla classifica il famosissimo negozio di Salman Gozudok, un’istituzione nel capoluogo lombardo. Frequentato sia da grandi professionisti che da operai e malavitosi è da sempre considerato il locale dove si può gustare uno dei migliori kebab di Milano (via Giambellino 15). Non molto distante, il Kebab Jasmin (via Inganni 2) e, nella zona verso l’aeroporto di Linate, l’Orient kebab (viale Forlanini).
Il ristorante indiano Mehmi; a Roma