venerdì 17 maggio 2013

Working Capital 2013

Come fanno le idee ambiziose e il talento a crescere e trasformarsi in imprese e in business? Con il coraggio di fare, la determinazione e, naturalmente, le opportunità.
Working Capìtal Accelerator è il programma firmato Telecom Italia che da qualche anno aiuta le idee talentuose italiane a trasformarsi in impresa.
Per favorire l’incontro tra gli startupper, gli investitori e le community territoriali, Working Capital 2013 quest’anno inaugura tre nuovi punti di accelerazione, nodi nevralgici della digital innovation italiana: Milano, Roma e Catania.
Gli spazi, aperti dal 19 aprile, costituiscono veri punti di contatto per quanti abbiano a cuore i temi dell’innovazione. In questo modo le community territoriali possono usufruire di spazi di networking e formativi sui temi che interessano maggiormente.
In ognuno di questi spazi verrà avviato un programma di accelerazione di tre mesi (a luglio, settembre e ottobre) dove mentor specifici potranno supportare minuziosamente gli startupper nello sviluppo delle proprie idee.
Il programma sarà dedicato proprio alla fase dello sviluppo produttivo  e alla gestione del business: gli startupper potranno confrontarsi fra di loro, con venture capitalist e imprenditori di successo.
Working Capital 2013 assegnerà 30 grant di impresa del valore di 25 mila euro ciascuno nei settori Internet, digital life, mobile evolution e green. I 30 grant verranno suddivisi in questo modo: 15 andranno alle sartup selezionate per il programma di accelerazione e altri 15 alle startup che hanno partecipato alla Call grant d’impresa ma non hanno partecipato al programma di accelerazione (sia perché non ritenuti idonei oppure perché non lo hanno richiesto). La Call, aperta dal 19 aprile, chiuderà il 30 settembre.
Per registrarsi al programma devi caricare il tuo progetto entro e non oltre il 30 maggio, giorno della prima deadline della Call for ideas, e indicare  in quale delle tre sedi  desideri seguire il percorso di accelerazione.
Grossissima novità di Working Capital 2013 è il Repository WCAP, una piattaforma sviluppata in collaborazione con la Kauffman Society. Nel Repository sono depositati tutti i progetti che hanno partecipato alle edizioni precedenti, che si rendono così disponibili alla consultazione anche da parte degli investitori nazionali e internazionali.
Se pensi di avere idee innovative e la voglia di vederle realizzate faccelo sapere lasciando un commento all’articolo, visiona il regolamento dell’iniziativa e tieniti informato giorno per giorno sulla pagina di Facebook dedicata.
Il tuo sogno può diventare realtà con Working Capital 2013: clicca qui sotto, visita il sito e ricorda che “Niente è sbagliato. C’è solo da fare”.



Articolo sponsorizzato

giovedì 9 maggio 2013

Ebenezer Butterick e la nascita del prêt-à-porter

Una delle invenzioni che ha delineato il volto della moderna industria dell’abbigliamento è sicuramente quella delle “taglie” dei vestiti. Perché l’abbigliamento moderno preconfezionato, fino al 1860, era venduto praticamente in sole due misure. Si trattava per lo più di abiti larghi e informi acquistati da contadini e marinai per le occasioni speciali. Le altre classi sociali usavano abiti su misura, ordinati e confezionati dai sarti.
Bisogna aspettare la Guerra civile americana (1860-1865) perché la necessità faccia venire la geniale intuizione a un sarto di Sterling (Massachussets), Ebenezer Butterick. Nei primi tempi della guerra la distribuzione delle uniformi ai soldati avveniva nelle case dei sarti dell’esercito, ma con il proseguimento del conflitto, nacque a necessità di accelerare la distribuzione del vestiario militare: il confezionamento, quindi, passò dai sarti alle fabbriche.
Fu qui che il ripetersi con regolarità di alcune misure prese ai soldati, come la circonferenza del torace, fece venire l’intuizione di sviluppare modelli standard.
L’idea fu raccolta da Ebenezer Butterick che inventò i primi cartamodelli graduati (conosciuti come modelli di cucitura graduati) per abiti femminili di lusso.

I modelli graduati di Butterick
Alla rivoluzione di Butterick partecipò anche la moglie, la signora Ellen Augusta Butterick Pollard, stanca degli abiti proposti in una sola dimensione, a volte anche in una dimensione diversa per ogni modello.
I Butterick pensarono quindi ai moderni cartamodelli in carta velina con le sagome delle varie taglie da riportare sui tessuti con il gesso. Essendo un sarto su misura, Butterick conosceva modelli personalizzati apprezzati dai suoi clienti e conosceva il processo di classificazione di un modello di “stock” per un formato personalizzato.
L’utilizzo della carta velina offriva il vantaggio di essere abbastanza sottile da poter essere tagliata in strati di diverse decine di pezzi, facilitando la produzione di massa, e di poter essere spedita da Sterling in tutto il paese con minimo ingombro.
I modelli di Butterick spopolarono subito, perché rispondevano all’esigenza produttiva di vestiti per coloro che non avevano la possibilità economica per farsi confezionare un abito su misura. La vendita si espanse così tanto che in un anno i Butterick  lasciarono la loro casa di Sterling, per aprire una fabbrica al 192 di Broadway Street, a New York. Per promuovere maggiormente i modelli, Butterick iniziò a pubblicare una rivista trimestrale. Nel 1868, sul mensile Metropolitan proponeva i modelli e offriva notizie di moda e consulenze, nonché servizi di vendita per corrispondenza.
Nel 1873, la Butterick & Co. ha iniziato a pubblicare The Delineator, che, alla fine del secolo, è diventata la prima rivista femminile negli Usa.
Sito web per questa immagine: Wikipedia.org

mercoledì 8 maggio 2013

Pick1, Parlaci di te

Certo che TIM ultimamente si fa davvero in quattro per dare maggiore valore aggiunto ai suoi prodotti e per cercare di ottimizzare l’offerta dei servizi alla propria clientela.
L’attenzione per i nuovi trend e le nuove tendenze tecnologiche non potevano che portare TIM a costruire una vera e propria community e alla sempre più costante presenza sui social.
Un grosso passo in questa direzione, che si pone come obiettivo ultimo quello di conoscere maggiormente la propria clientela, è la partnership con Pick1, l’idea social nata dalle menti di Paolo Privitera e Armando Biondi che mette a disposizione uno strumento per raccogliere opinioni ed elaborare ricerche di mercato, in modo particolare sui social media. Confrontandosi con il mondo social, TIM ricerca la possibilità di sapere cosa pensano gli utenti del proprio brand.
In questo senso, la collaborazione di TIM con Pick1, è un sondaggio sulle abitudini che riguardano il consumo dei media, per conoscere il modo in cui si comportano i suoi utenti.
È il trend del momento: usare mezzi di comunicazione come i social network per esprimere opinioni su altri mezzi di comunicazione social.
Così su Facebook o su Twitter passano sempre più commenti su ciò che si sta guardando alla televisione o che si sta ascoltando alla radio. Nel web girano le opinioni di noi tutti su quello che pensiamo degli altri media.
Il sondaggio in questione, “ParlaciDiTe”, che si trova in una Tab di Facebook a questo link ParlaciDiTe, è un request a cui si risponde in pochissimo tempo (le domande sono solo tre). Una volta dato il consenso all’applicazione, l’utilizzo di ParlaciDiTe è visibile sul profilo, in modo da favorire la partecipazione degli utenti al sondaggio.
La prima domanda riassume veramente la filosofia dell’iniziativa, ovvero indagare su cosa facciamo mentre siamo collegati a Internet. Una volta che si è scelta la risposta fra le sei proposte si clicca sul tasto rosso “VAI AVANTI” e si passa alla domanda successiva: “Ti capita mai di commentare il programma o la trasmissione radio sui social network?”.
E, leggendo questa domanda, mi vengono in mente le centinaia di commenti che posto e che vedo postare dagli amici e che riguardano trasmissioni che si stanno guardando o ascoltando. E TIM intende lavorare su questa tendenza, ovvero sul fatto che oggi i media si consumano contemporaneamente.
E voi siete pronti a farci sapere quali sono le vostre abitudini sul consumo dei media? Rispondete al sondaggio “ParlaciDiTe”, condividete il post sui social e lasciate i vostri commenti sull’iniziativa.


Articolo sponsorizzato

venerdì 3 maggio 2013

Come riconoscere le etichette dei prodotti a basso impatto ambientale

Ogni consumatore, attraverso le sue scelte, ha la possibilità di orientare il mercato influenzando le politiche commerciali delle aziende produttrici. Una maggiore diffusione dei prodotti sostenibili può contribuire a rivedere il modello economico di sviluppo attuale, perché lo sviluppo sostenibile è diventata una questione decisiva da seguire. Nelle scelte quotidiane il consumatore dovrebbe tenere presente il ciclo di vita del prodotto, da quando e come è nato a quando e come verrà smaltito nell’ambiente. In tema di sostenibilità ambientale si fa riferimento a due categorie principali: quella legata all’ambiente e quella legata agli aspetti etico-sociali.
Gli aspetti etico-sociali si riferiscono soprattutto alla fase di produzione e riguardano in genere la provenienza del bene di consumo, a chi lo ha fabbricato e in quali condizioni di lavoro è stato prodotto. Gli aspetti legati all’ambiente riguardano sia la fase di produzione (ovvero quali impatti ambientali derivano dalla produzione del bene) sia la fase di attività e smaltimento del prodotto. Per orientare i consumatori nella scelta di prodotti eco-sostenibili esistono vari marchi di certificazione riportati sulle confezioni, che devono corrispondere a questi requisiti:
  • devono avere carattere internazionale o nazionale;
  • deve essere presente un comitato scientifico internazionale;
  • ci deve essere una verifica da una parte terza indipendente che ne assicuri l’attendibilità.
Ecco i marchi più diffusi che soddisfano questi requisiti

l’etichetta energetica che classifica l’efficienza degli elettrodomestici;





il marchio Pefc (Sistema di certificazione per la gestione forestale sostenibile);






il marchio Msc (Marine Stewardship Council) che certifica la sostenibilità dei prodotti ittici;



il marchio Eu-ecolabel, definito dalla Commissione europea, che definisce il rispetto dell’ambiente del prodotto durante tutto il suo ciclo di vita;



il marchio Agricoltura biologica, istituito dall’Unione europea, che si trova su prodotti alimentari quali carne, frutta, verdura, pasta, riso, farina, biscotti, uova ecc., e garantisce che nella coltivazione dei prodotti agricoli o negli allevamenti vengano adottati sistemi basati sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e il benessere degli animali. La sua presenza esclude l’utilizzo di Ogm;

il marchio Fsc, definito dalla Ong internazionale Forest stewardship council, che garantisce la gestione responsabile e corretta delle foreste e garantisce che i prodotti derivati dal legno provengano da boschi e piantagioni a gestione controllata;



il marchio Dolphine safe, registrato dalla Ong Earth Island insitute, che rappresenta l’attuazione del Piano internazionale per la tutela dei delfini. Si trova principalmente sulle confezioni di tonno in scatola e garantisce che la provenienza dei tonni derivi da tecniche di pesca che non causino la cattura accidentale dei delfini;
 


Friend of the sea, certificazione dell’omonima associazione, garantisce un prodotto sostenibile sia da pesca che da allevamento, con pesche che avvengono in acque non sovrasfruttate e con metodi rispettosi dell’ecosistema;



marchio riconosciuto a livello internazionale per le aziende produttrici di cosmetici è la certificazione Stop ai test su animali, messa a punto dalle maggiori organizzazioni animaliste mondiali guidate dalla Coalizione europea contro la vivisezione;
 

è il marchio di garanzia del Commercio equo e solidale, partnership commerciale che ha come obiettivo una maggiore equità nel mercato internazionale. Assicura che vengano rispettati i diritti e le condizioni di lavoro delle comunità produttrici del Sud del mondo.